Sezione di Popiglio

Il Museo di arte sacra di Popiglio trova spazio in due diverse sedi espositive, la sagrestia della pieve di S. Maria Assunta e l'oratorio della Compagnia del Corpus Domini. L'idea perseguita nella realizzazione di questa struttura museale è stata quella di presentare arredi, paramenti e opere d'arte che alla grande qualità uniscano la capacità di documentare un insieme di valori legati direttamente alla pietà religiosa e alla storia del territorio.

Il Museo di Popiglio si inserisce infatti in un'area di cultura e tradizioni particolarmente omogenea, identificata e valorizzata dal sistema dell'Ecomuseo della Montagna pistoiese che, promosso a partire dal 1989 dall'Assessorato alla Cultura della Provincia di Pistoia, ha operato non solo per la valorizzazione dei beni culturali e ambientali della Montagna ma, soprattutto, ha cercato di documentare i più disparati aspetti delle relazioni tra ambiente geografico e popolamento umano, quali si sono andati definendo storicamente nell'area dell'Appennino pistoiese.

La prima sezione del Museo, inaugurata nel 1993, è, come abbiamo detto, allestita nella sagrestia della pieve di S. Maria Assunta, fatta costruire da Girolamo Magni nel 1571. A questo personaggio, uomo di notevole cultura e sensibilità che aveva ottenuto il prestigioso titolo di pievano nel 1555, si deve nel corso degli anni un incessante impegno volto al totale rinnovamento dell'arredo della pieve, in piena sintonia con lo spirito della Chiesa postridentina. A lui si deve, inoltre, anche la committenza di importanti opere d'arte, come il dossale in legno intagliato e dorato per l'altare maggiore eseguito nel 1565.

 

Entrando nella grande sala, a destra, entro un'ampia vetrina sono collocati una serie di arredi liturgici tra i quali si evidenziano alcuni oggetti donati dalla munifica famiglia dei Vannini che, emigrando da Popiglio nella seconda metà del Seicento, aveva trovato larga fortuna a Roma con il commercio: a loro, come vedremo, si devono numerose donazioni di arredi fatti eseguire da maestri romani e che nel corso degli anni fecero giungere in questa località della Montagna, apparentemente isolata dai grandi centri di elaborazione artistica, opere oltremodo aggiornate e “moderne”. Si tratta, in primo luogo, di un angelo in argento fuso e sbalzato che poggia sopra un basamento in bronzo dorato. L'elegante figura faceva parte di un più complesso reliquiario che, come informano le fonti documentarie, custodiva la reliquia della Santa Croce e apparteneva alla cappella dell'Annunciazione di patronato dei Vannini. L'arredo è riferibile alla produzione romana e si ispira nella soluzione dell'angelo reggi-teca ai modelli di derivazione berninina e algardiana, tipologia che troverà larga fortuna nel corso della seconda metà del XVII secolo.

A Camilla Migliorini, moglie di Giovanni Vannini, si deve poi la donazione della grandiosa croce in argento, alla quale è applicata una piccola teca porta-reliquie. L'arredo, datato 1677, è opera dell'argentiere Marco Gamberucci, come rivela chiaramente il punzone riscontrato. Il maestro, originario di Firenze, si era trasferito a lavorare a Roma dove aveva acquisito la patente di orafo nell'aprile 1656. Alla sua bottega – nella quale, tra gli altri, esercitava il famoso argentiere Giovanni Giardini – si rivolgevano prestigiosi committenti, come i cardinali Francesco Barberini e Lorenzo Pallavicini.

 

Nel secondo armadio sono esposte una numerosa serie di reliquiari alla romana in lamina d'argento su supporto ligneo. Tra questi se ne distinguono per la raffinata esecuzione un gruppo di quattro, datati 1729, che presentano il punzone dell'argentiere Antonio Politi, raffigurante una croce latina raggiata posta su un monte araldico. Il maestro, già ricordato per l'esecuzione del Reliquiario della Croce, propone per i reliquiari uno schema compositivo e decorativo ampiamente adottato in questo periodo con il profilo costituito dall'alternarsi di volute acantiformi contrapposte e dall'impiego di plastiche testine angeliche e rigogliosi elementi fogliacei. Oltre alle preziose custodie vengono esposti due pregevoli medaglioni in marmo con i ritratti di Papa Clemente XI e del granduca Cosimo III dei Medici, opere di manifattura romana e databili al primo decennio del Settecento.

A conclusione della sala, un'ampia vetrina racchiude nuovamente varie suppellettili sacre, che ancora una volta testimoniano l'importanza e la ricchezza del tesoro della pieve di S. Maria Assunta. In primo luogo si segnala un crocifissoin legno con intarsi in madreperla e Cristo in bronzo fuso, della fine del XVII secolo. In ambito pistoiese un esemplare analogo è conservato nella chiesa di S. Margherita a Santa Margherita, presso Pescia. Di produzione fiorentina si deve considerare il messale, datato 1794, con coperta in velluto cremisi, che presenta su ogni piatto quattro cantonali applicati costituiti da una coppia di cornucopie traboccanti di fiori unite all'estremità inferiore da cui nasce una conchiglia e al centro un medaglione ovale con la raffigurazione della Vergine Assunta sul recto e di San Pietro sul verso.

 

Infine sono da ricordare due arredi che provengono dal patrimonio della Compagnia della Santissima Concezione e che erano di pertinenza dell'altare della Santissima Concezione (il secondo sulla parete destra della pieve), eretto nel 1657 a spese della comunità di Popigliesi residenti a Roma. Si tratta di una pisside in argento, commissionata dalla confraternita nel 1704, come ricorda l'iscrizione incisa sotto la base. Il vaso presenta un piede circolare che si raccorda tramite un nodo piriforme alla coppa. Quest'ultima è sormontata da un coperchio con crocetta apicale su globo, decorato da volute acantiformi, fiori, palmette lavorate a sbalzo su fondo granito. L'arredo, come chiariscono i punzoni, si colloca nella produzione del maestro borgognone Natale Miglié (Noel Millet), attivo a Roma tra il 1673 e il 1720, la cui bottega era contrassegnata dal marchio dell'ancora. Alla stessa produzione romana è da ricondurre l'elegante calice che presenta sul bordo del piede la scritta incisa: CONF.SS.MAE CONCT.TERRAE POPILY FECIT ANNO 1766. Il manufatto si caratterizza per l'elaborata e fastosa decorazione a sbalzo che altera la struttura compositiva dell'insieme. Il ricco repertorio ornamentale che vede l'impiego di motivi quali le testine angeliche, le foglie d'acanto, le conchiglie, i grappoli d'uva, le volute e i pendenti floreali sono propri del linguaggio aulico della scuola romana.

 

La seconda sezione del Museo d'arte sacra è stata recentemente allestita nell'oratorio della Compagnia del Corpus Domini, edificato presumibilmente dopo il 1595 sul lato destro della piazza. Il prestigioso ambiente è oggi nuovamente fruibile grazie al restauro che ha consolidato e reso una piena leggibilità al bel soffitto ligneo decorato con l'immagine di Dio Padre e con i simboli della Passione, eseguito da un artista locale dotato di una vivace anche se rustica espressività. Nell'oratorio sono esposti un gran numero di paramenti sacri di pertinenza non solo della pieve di S. Maria Assunta ma anche provenienti dalle chiese del territorio.

Nella grande vetrina a destra entrando si conservano tra gli altri una tonacella in broccatello di manifattura toscana della seconda metà del XVI secolo della chiesa di S. Maria Assunta a Gavinana e un'altra in damasco di seta, datata 1657, della pieve.

Sulla parete di destra è esposto il dipinto con l'Annunciazione, eseguito dal pittore veronese Sebastiano Vini nel 1577. L'opera venne commissionata dal pievano Girolamo Magni per essere collocata al primo altare a destra entrando nella chiesa di Santa Maria. Il maestro nello stesso anno aveva portato a termine la decorazione del dossale dell'altare maggiore. Nell'Annunciazione il Vini non si distacca da soluzioni formali e compositive già da lui adottate nel trattare il medesimo soggetto per le chiese di S. Giovanni Evangelista a Montale e S. Maria delle Grazie e S. Giovanni Forcivitas a Pistoia.

L'altare dell'oratorio, realizzato in marmi policromi, risale – come documenta una lapide sul retro – al 1798 e presenta sul fronte un paliotto con i simboli della Passione e Cristo morto, riferibile a manifattura toscana della fine del Settecento. Il dossale in legno policromo è opera di Niccolò di Francesco Picchiarini, eseguito nel 1592 sempre a spese del pievano Girolamo Magni; mentre il dipinto con Le anime tratte dal purgatorio è da ricondurre a un ignoto pittore pistoiese (datato 1735). Ai lati dell'altare sono esposti in una vetrina una serie di reliquiari settecenteschi alla romana in lamina d'argento su supporto ligneo.

Sulla parete di sinistra si trova poi la tela raffigurante La lavanda dei piedi (recentemente restaurata) eseguita agli inizi del Seicento forse dal figlio di Sebastiano Vini, Jacopo. L'opera era collocata sull'altare come sembrerebbe suggerire il soggetto raffigurato che ricorda l'istituzione del sacramento dell'eucarestia e che fa esplicito riferimento ai doveri di assistenza cui erano tenuti i confratelli della compagnia. Sulla stessa parete è inserita una piccola vetrina che racchiude una lampada a triplice sospensione in argento, eseguita da un orafo fiorentino nel 1677, una palmatoria settecentesca in metallo argentato, una serie di tre carteglorie in lamina d'argento su supporto ligneo, donate da Domenico Pacini nel 1768, e infine due reliquiari alla romana, realizzati a spese dello stesso committente nel 1773.

Nella grande vetrina, a sinistra entrando, è nuovamente esposto un significativo nucleo di parati liturgici proveniente dalle chiese del territorio a testimonianza della preziosità e della qualità di un materiale artistico degno di essere valorizzato e adeguatamente conservato. Predominante è il numero delle pianete: la più antica, databile all'ultimo quarto del Cinquecento, appartiene alla chiesa di S. Maria Assunta a Lizzano. Dalla pieve di Popiglio provengono una tonacella in lampasso di manifattura toscana della prima metà del Settecento e un piviale in seta ricamata della fine del stesso secolo.

di Elisabetta Nardinocchi © TOSCANAoggi 2000


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