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Piramo e Tisbe

Jacopo Vignali, XVII Secolo

Piramo e Tisbe sono due personaggi, le cui gesta, già narrate da ignota fonte ellenistica[1], furono rese celebri da Ovidio nelle Metamorfosi (IV liber, vv 55-166), il quale le ambientò nella città di Babilonia. Secondo la leggenda nella versione ovidiana, l'amore dei due giovani era contrastato dai parenti, e i due, che erano vicini di casa, erano costretti a parlarsi attraverso una crepa nel muro che separava le loro abitazioni. Questa difficile situazione li indusse a programmare la loro fuga d'amore. Nel luogo dell'appuntamento, che era vicino ad un gelso, Tisbe, arrivata per prima, incontra una leonessa dalla quale si mette in salvo perdendo un velo che viene stracciato e macchiato di sangue dalla belva stessa. Piramo trova il velo macchiato dell'amata e, credendola morta, si suicida lanciandosi su una spada. Sopraggiunge Tisbe che lo trova in fin di vita e, mentre tenta di rianimarlo, gli sussurra il proprio nome. Piramo riapre gli occhi e riesce a guardarla prima di morire. Per il grande dolore, anche Tisbe si lancia sulla spada dell'amato sotto il gelso. Tanta è la pietà degli dei nell'ascoltare le preghiere di Tisbe che trasformano i frutti del gelso, intriso del sangue dei due amanti, in color vermiglio.

Approfondimenti

 Larghezza: cm. 112

Dipinto ad olio su tela di Jacopo Vignali (Pratovecchio, 5 settembre 1592 – Firenze, 3 agosto 1664). Fu uno dei massimi esponenti del Seicento fiorentino. Artista molto versatile, nacque nel Casentino dove imparò i primi rudimenti, ma all'età di tredici anni si trasferì a Firenze dove entrò nella bottega di Matteo Rosselli: iniziò la sua carriera con opere dal tono classicheggiante, molto pacate e di semplice lettura, in accordo con lo stile del maestro. Nel corso degli anni però le diverse suggestioni, provenienti ora dal Cigoli, ora dai pittori caravaggeschi, ora da Salvator Rosa, determinarono l'evoluzione del suo stile, che mantenne però la sua caratteristica principale: la grandissima e raffinatissima eleganza che troviamo soprattutto negli abbigliamenti.

L'attribuzione del soggetto e dell'autore del dipinto trova nel libro di Sebastiano Benedetto Bartolozzi del 1752 dove sono indicate "due storiette per il nobilissimo vano Basi Rospigliosi". Edward Gerhard in Antichità viva (1964) riporta la fotografia dei dipinti di Piramo e Tisbe e quella di Tancredi e Clorinda ancora conservate "nella galleria del principe Rospigliosi di Pistoia.


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